Cambiamento climatico: come affrontare la più grande sfida dei prossimi decenni?

Uno dei grandi temi portati all’attenzione del pubblico in questo Terra Madre Salone del Gusto è il cambiamento climatico. Ne abbiamo parlato dal punto di vista delle conseguenze subite dalle comunità contadine e indigene, ma anche di tutte le piccole importanti mitigazioni che il nostro essere su questa terra può apportare.

Roberto Giovannini, giornalista e responsabile di TuttoGreen di La Stampa introduce la questione parlando del cambiamento climatico come il tema dei temi. Eppure anche se se ne sta parlando con maggiore frequenza, sui mezzi di informazione, al cinema, sui libri, non ha lo spazio che meriterebbe.

Nel 2018, a tanti anni di distanza dai primi allarmi ci troviamo ancora in difficoltà nel parlare di questo fenomeno e non riusciamo a vedere il muro contro il quale un’umanità apparentemente felice sta andando a sbattere. La prima domanda rivolta ai relatori è cosa si possa fare per diffondere la conoscenza di questo fenomeno e per adoperarci per la sua mitigazione.

«Non sono un attivista, sono uno scrittore. Se fossi più giovane il mio approccio sarebbe diverso. La cosa più semplice che si possa fare per affrontare l’argomento è: parlarne. Recentemente abbiamo visto l’uragano Torrence in Carolina, eppure descrivendo i fatti i media non hanno mai citato il cambiamento climatico come causa, che ha acuito questo come altri recenti fenomeni. Del cambiamento climatico bisogna parlare, non possiamo ignorarlo».

Sunita Narain al cambiamento climatico sta dedicando la sua vita di attivista. «Quando ho iniziato a soffermarmi sul problema era il 1990. Allora sembrava qualcosa di distante, remoto, per quanto non mancassero dati scientifici chiari. Oggi credo che tutti inizino a capire il problema, a comprendere che siamo in un momento di crisi. Nel Kerala quest’anno c’è stata un’inondazione fuori dal comune, una bomba d’acqua, un diluvio che ha causato perdite – anche umane – ingentissime. Ha piovuto per 700 millimetri in una settimana, che equivale alla piovosità dell’Italia in un anno. Non è normale. Contemporaneamente questo si scontra con la nostra incapacità di gestire le cose al meglio, a livello di infrastrutture. Però qualcosa sta cambiando a livello di consapevolezza. Magari non ancora negli Stati Uniti, ma di sicuro in Europa e anche in India».

Ma come possiamo esprimerci al riguardo di questo argomento, abbiamo libertà nel parlarne o dobbiamo essere cauti?

Ghosh non ha dubbi. «All’interno delle Università i ricercatori devono seguire delle direttive che impediscono l’uso di certe parole. Per quanto mi riguarda il cambiamento climatico è l’evento più importante della nostra storia, il che significa che dobbiamo informarci sul problema e immaginare gli scenari peggiori, anche se nel farlo proviamo paura. Nell’India centrale milioni di agricoltori hanno abbandonato i villaggi rurali a causa della siccità, migrando nelle città vicine. Si perde forza lavoro, si perdono conoscenze, la gente non torna più nei luoghi che ha lasciato. Eppure, solo una volta si è affrontato il tema della siccità in una sessione parlamentare. Anche i media nazionali non riservano attenzione sufficiente all’argomento. Nel campo del cambiamento climatico, in realtà, le persone devono potersi esprimere liberamente, senza censure».

Gli fa eco Narain: «Io credo che bisogna raccontare le storie individuali, e poi la storia, liberamente. La scienza spesso non è d’aiuto in questa operazione. Questo atteggiamento è disastroso. Parlando di cambiamento climatico dobbiamo anche ricordarci che questo tema pone un problema di democrazia, e di giustizia. L’atmosfera appartiene a tutti, ed è importante che tutti possano avere questo diritto, godere di un’atmosfera pulita. Eppure, da quando il problema ha iniziato a emergere, il mondo ha preso poche risoluzioni. Dal 1992 il mondo occidentale non ha ridotto le proprie emissioni, a nessun livello. Ricordiamoci che il cambiamento è una sorta di equalizzatore. Colpisce tutti, ricchi e poveri, senza eccezioni. Dobbiamo fare capire ai ricchi che anche loro sono vittime».

Eppure, chiosa Ghosh, «Dalla seconda guerra mondiale nessun leader del mondo si schiera apertamente contro la giustizia e l’equità, eppure osservando il loro agire nessuno sembra davvero interessato a ottenerle. Se ne parla, ma nessuno è davvero interessato a raggiungere questi obiettivi. Il cambiamento climatico darà origine a una vera e propria guerra».

Possiamo vedere le migrazioni come una delle ingiustizie originate dal cambiamento climatico? E come possiamo fare fronte al problema?

Ghosh: «Io vengo dal delta del Bangladesh e da 40 anni viaggio in Italia. Quarant’anni fa di asiatici nel vostro paese non ce n’erano quasi. Oggi invece i migranti dal Bangladesh sono tantissimi. In Italia il problema delle migrazioni climatiche si sente chiaramente, ma non ha una facile soluzione. Questo tipo di migrazione non si può risolvere aiutando la gente nel proprio paese».

di Silvia Ceriani, s.ceriani@slowfood.it

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