Le regine dei mari, donne che hanno fatto del mare la loro vita

Tradizionalmente, il mestiere della pesca è appannaggio degli uomini. Tuttavia, esistono donne pescatrici e la presenza femminile è ben attestata nel settore della trasformazione del prodotto ittico. A livello mondiale, circa metà della popolazione coinvolta al mondo nella pesca e nell’acquacoltura è femminile. Ma il divario tra uomini e donne nelle posizioni di comando è ancora forte e le donne soffrono più degli uomini gli effetti di una pesca non sostenibile.

 

Nel Forum di Terra Madre nell’area tematica #foodforchange Slow Fish, ritratti di donne coraggiose e che hanno fatto del mare e della pesca la loro vita, e della lotta per vedere riconosciuti i diritti dei pescatori e l’uguaglianza di genere una pratica quotidiana.

Facciamo un giro intorno al mondo a conoscere le avvincenti storie di queste donne, vere regine dei mari.


Apriamo con una testimonianza dall’Africa, dall’Angola, con Doña Ernestina António Chipita, trasformatrice di pesce e direttrice esecutiva della cooperativa Centro de Salga e Seca de Apoio às Mulheres Processadoras. Ha iniziato a dedicarsi alla pesca fin da giovane ma ha sempre sentito di poter creare qualcosa di più: dà ascolto al suo slancio imprenditoriale e fonda un’associazione per professionalizzare coloro che lavorano nella filiera della pesca. In una paese come l’Angola, le sfide per una donna che aspira a un ruolo dirigenziale sono durissime.

Interviene poi  Akeisha Clarke per la prima volta a Terra Madre Salone del Gusto in rappresentanza della comunità di pescatori della Piccola Martinica, a poca distanza dall’isola madre Grenada. Da poco è entrata a far parte del progetto Slow Fish Caribe che promuove la gestione sostenibile delle risorse naturali, essenziale per combattere la povertà e garantire la sicurezza alimentare. “Sono una pescatrice: è una vita dura, ma è indescrivibile il contatto con il mare che vive un pescatore, mestiere imparagonabile con altri”.

Ora nella sua comunità la pesca si porta avanti in una dimensione famigliare, che teme andrà persa, visto che le nuove generazioni non condividono l’interesse verso le tecniche tradizionali. La pesca è la fonte primaria di sostentamento per la comunità, ma non è organizzata nel più efficiente dei modi. “Le donne devono agire, non limitarsi a sperare che i mariti prendano decisioni giuste”.

È poi il turno di Hilda Adams, pescatrice, contadina e attivista sudafricana. “Con il progetto Coastal Link  vogliamo dare a donne, uomini e giovani delle comunità di pescatori su piccola scala le conoscenze, le competenze e la capacità di diventare agenti di cambiamento all’interno delle proprie comunità, organizzazioni e movimenti sociali, promuovendo e combattendo per la sovranità alimentare e la giustizia socio-economica, politica e ambientale in Sudafrica. Possiamo essere di ispirazione, per mostrare quello che possiamo fare insieme se ci sono leggi e regole, ma chiare e uguali per tutte. Vogliamo tutelare sia noi che l’oceano”.

Diversa l’esperienza di Jucilene Viana Jovelino, dal Brasile. Sono pescatrice di frutti di mare e ostriche. È dal mare che ho appreso tutto quello che so e a lui devo tutto ciò che sono: mi ha insegnato a pescare, a lavorare, a dedicarmi ad attività artigianali. Quello che so lo devo al mare”. Il mare per lei è sinonimo di sostenibilità. “Per me il legame con la natura e con il mare è fonte di vita, per questo per vivere non voglio piegarmi all’industria e alle sue logiche, la mia attività deve essere sostenibile”.

 

Aurizania Delgado Monteiro, di Capo Verde, spiega: “La condizione della donna nel mio paese è difficile, in particolare è elevata la differenza nei tassi di analfabetismo, che toccano punte altissime”. Ciò le rende vulnerabili e deboli, non hanno strumenti per combattere questa disparità. “Lavoro nel mercato del pesce, insieme a molte donne, e lì ogni giorno cerco di valorizzare il potenziale che vedo in loro, anche se faticano prendere coscienza dei loro talenti. Io, a differenza della maggior parte di loro, ho avuto la fortuna di poter studiare e metto a frutto gli strumenti che ho per continuare con orgoglio l’attività al mercato con le donne. Loro mi dicono di andare via dal mio paese, ma io voglio restare e credo sia importante insistere  e continuare a sostenerle, a sostenerci a vicenda”.

 

Un’esperienza diversa è quella di Adelaida Lim, chef e attivista alimentare delle Filippine. “Il mio ristorante è lontano da mare, ma ho messo a frutto i miei valori Slow quando ho deciso di aprire un locale, un punto di incontro per artisti, in cui raccoglierci per nutrire corpo e anima. Quindi ho detto no ai cibi in scatola e alla Coca Cola, e sì soltanto al cibo di stagione, fresco e locale. Ogni pasto che serviamo è per noi una dichiarazione politica”Però il mare e la pesca le hanno dato gli ingredienti per creare il pezzo forte del ristorante, la salsa di pesce “patis”, simile alla colatura di alici, con l’aggiunta di peperoni. Solo dopo qualche settimana di fermentazione si ottiene una saporita salsa ambrata. 

Ascoltiamo anche una testimonianza che vien da lontano, dalla Patagonia argentina, in cui vive e lavora come pescatrice di frutti di mare la giovane Anahi De Francesco. “Per me la pesca è un’esperienza immersiva…nel senso che sono una sub e non mi limito a raccogliere i frutti di mare dalla spiaggia, ma mi immergo per trovarne di diversi. Da poco sono alla guida di una piccola associazione dedicata alla pesca di costa, con reti e di frutti di mare. Per farlo al meglio, cerco consenso dapprima sugli aspetti pratici, per partire con attività concrete. Sono molto soddisfatta dei traguardi che raggiungo con le mie attività, ma vorrei davvero che i miei fratelli tornassero alla pesca tradizionale, come me, perchè lavorano in quella industriale, dai guadagni facili, ma dalle conseguenze pericolose”. Il suo appello è “Torniamo a un modello di pesca più sostenibilie, più responsabile”.

Chiude la panoramica sul mondo della pesca con Alice Miller, ricercatrice e direttrice dell’IPNLF (International Pole and Line Foundation).  Lavoriamo sulla pesca del tonno in tutto il mondo, per migliorare la gestione e le tecniche di pesca. Promuoviamo e sosteniamo le comunità costiere che si dedicano alla pesca per aiutare a rafforzare i diritti economici, sociali e culturali delle donne pescatrici ed evidenziare il loro contributo all’industria tonniera, perché c’è ancora molto da fare per promuovere la parità professionale tra uomini e donne nel settore dei prodotti ittici.

 

Le cinque aree tematiche #foodforchange – Slow Meat, Slow Fish, Semi, Cibo e Salute, Api e Insetti – sono la grande novità di quest’edizione. In ogni area i delegati condividono le loro esperienze grazie ai Forum Tematici, ma non mancano le attività per tutti, come  i Laboratori del Gusto, le Scuole di Cucina e un Percorso Interattivo, dove è possibile essere guidati alla scoperta degli aspetti più importanti – e talvolta più urgenti – di ogni tema.  

 

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