Slow Meat: l’alternativa consapevole alle fabbriche di bestiame

A Terra Madre Salone del Gusto un’area tematica dedicata alle buone pratiche con 12 Forum di discussione e 26 Laboratori del Gusto e Scuole di cucina

Scordatevi i prati verdi, le vecchie fattorie e gli animali che brucano sotto i cieli azzurri propinatici dalle pubblicità. Non c’è un quadro più lontano dalla realtà agroindustriale che domina il settore dell’allevamento e non c’è un ambito che più della carne ci impone di mettere in campo alternative buone, pulite e giuste: cibo per il cambiamento, come suggerisce il tema di questa edizione di Terra Madre Salone del Gusto.

La più importante manifestazione internazionale dedicata alle produzioni di qualità di piccola scala – in scena a Torino dal 20 al 24 settembre e organizzata da Slow Food, Città di Torino e Regione Piemonte – coinvolge oltre 1000 espositori, tra cui Presìdi e comunità del cibo, provenienti da 100 Paesi. Fil rouge di questa dodicesima edizione sono le cinque aree tematiche #foodforchange, ospitate nei padiglioni di Lingotto Fiere e dedicate al rapporto tra Cibo e salute, al ruolo di Api e insetti, alla tutela dei Semi come elemento fondamentale per la biodiversità agricola, alle campagne internazionali della Chiocciola, Slow Fish e Slow Meat. Grazie a Forum di discussione, Laboratori del Gusto e Scuole di Cucina, appuntamenti pratici e un percorso interattivo, i visitatori di tutte le età e gli studenti delle scuole possono approfondire i diversi argomenti mettendo alla prova sensi e conoscenze. L’area #foodforchange Slow Meat è incentrata sull’omonima campagna internazionale di Slow Food dedicata al consumo e alla produzione di carne, e al benessere animale.

Puoi scoprire e prenotare il tuo posto agli appuntamenti in programma nell’area Slow Meat qui

Big Meat: l’industria globale della carne

Allevamento industriale

Già cento anni fa nei macelli di Chicago bastavano appena quindici minuti per uccidere, eviscerare e fare a pezzi un bovino intero: il metodo, applicato a più di 12 milioni di capi di bestiame ogni anno, era così rodato da ispirare Henry Ford nella creazione della catena di montaggio. L’animale trasformato in macchina da carne diventò in questo modo il primo ingranaggio della futura civiltà delle macchine.

Oggi l’allevamento assorbe sotto forma di mangimi animali oltre il 40% della produzione mondiale di grano, segale, avena e mais. Circa un terzo delle terre coltivabili nel mondo viene utilizzato a questo scopo. Ma se consideriamo anche i sottoprodotti colturali che entrano nei mangimi, come la paglia e i semi di soia, la colza o l’uva, possiamo concludere secondo l’Onu che il 70% dei terreni agricoli servano a produrre carne.

Sebbene la FAO stimi che circa il 60% delle famiglie stanziate in aree rurali pratichi qualche forma di allevamento, la carne che mangiamo ormai ogni giorno (o quasi) proviene per oltre il 95% da un allevamento industriale. Questi enormi stabilimenti contribuiscono per il 14,5% al totale delle emissioni globali di gas serra. Basti dire che produrre un solo chilo di manzo costa ben 36,4 kg di CO2, l’equivalente di 250 km percorsi in automobile, e non meno di 15mila litri d’acqua.

L’effetto serra, in sostanza, è un prodotto dell’allevamento industriale prima ancora che di qualunque mezzo di trasporto – compresa l’automobile. Sommando le prime venti aziende della zootecnia e del lattiero-caseario, si supera addirittura la quota di inquinamento imputabile a una potenza economica come la Germania: detto in altre parole, Big Meat è il settimo inquinatore mondiale ed è il principale responsabile delle emissioni di metano, un gas meno presente nell’atmosfera rispetto al CO2 ma con un’incidenza sul riscaldamento globale di oltre venti volte più grande.

Ma è possibile pensare di uscire da questa spirale perversa? A Terra Madre Salone del Gusto vogliamo cercare di capirlo nel corso di quattro appuntamenti dedicati all’allevamento di qualità di bovini, ovi-caprini, pollame e suini. In questi ambiti la concentrazione della produzione si è fatta spaventosa, al punto che solo dieci complessi industriali macellano l’88% dei suini in tutto il mondo. Le multinazionali che dominano la produzione condizionano ovviamente anche il settore della ricerca sulla genetica animale, oggi più concentrata che mai.

Un terzo della fornitura di suini, l’85% delle uova scambiate e due terzi della produzione di latte provengono da un ristretto numero di razze commerciali. Nel settore del pollame, quattro grandi aziende coprono il 97% della ricerca e una quota di mercato pari al 95%, mentre sia nel comparto suinicolo che in quello bovino le prime quattro compagnie rappresentano i due terzi del totale delle spese in ricerca.

Come si può immaginare, c’è un costo ben preciso da pagare allo strapotere degli oligopoli: almeno un quarto delle 8mila razze animali da allevamento, secondo le ultime rilevazioni FAO sulla biodiversità del bestiame, sono a rischio di estinzione. Esistono però sistemi di allevamento alternativi, che partono dalle razze locali e pongono attenzione all’alimentazione e al benessere animale, senza inseguire la logica della massima produttività nel minor tempo possibile.

Una via d’uscita esiste: la riflessione sul benessere animale

Bovino della famiglia di razze Podoliche, di questi animali sono rimasti solo duecento esemplari al mondo.

Proprio al tema del benessere animale è dedicato uno degli incontri più attesi del programma Slow Meat, in occasione del lancio della campagna internazionale di Compassion in World Farming, alla quale Slow Food aderisce, contro l’uso delle gabbie negli allevamenti. “La fine delle gabbie” è un’occasione per riflettere su come possiamo rendere più sostenibile l’allevamento anche dal punto di vista etico.

L’organizzazione mondiale per la sanità animale (OIE) stima che più del 20% degli animali negli allevamenti continui a morire prima di raggiungere i macelli per malattie e infezioni, per ferite da schiacciamento o nel tentativo di liberarsi dalle gabbie e perfino per fame. Già da tempo l’Europa è impegnata a ridefinire i parametri del settore: in questa direzione vanno il divieto delle gabbie di batteria per le galline ovaiole o il divieto parziale delle gabbie di gestazione per le scrofe. Ma spesso le norme vengono ignorate, come dimostra proprio una recente inchiesta di Compassion in World Farming sul diffuso degrado degli allevamenti industriali, testimoniato ad esempio dal fatto che il 98% dei suini subiscono tuttora il taglio della coda in violazione a una normativa europea del 2008.

Un buon sistema di allevamento non ha ricadute positive solo sul benessere degli animali: anche il clima e l’ambiente possono beneficiarne.

Con “L’allevamento amico del clima” poniamo l’accento sulle differenze tra allevamenti di piccola scala e allevamenti industriali e proviamo ad analizzare i diversi strumenti che possiamo mettere in campo per calcolare l’impatto dei diversi tipi di allevamento.

Secondo una recente ricerca dell’università di Oxford, che ha realizzato il più grande database in materia di alimentazione, non esiste un unico impatto per ciascun alimento: tutto dipende dalle condizioni produttive. Sappiamo per esempio che la carne di manzo da allevamento è la fonte di proteine con le peggiori ripercussioni sull’ambiente. Tuttavia, se a determinate condizioni 100 grammi di carne bovina equivalgono all’emissione di 105 grammi di CO2 equivalente e necessitano di 370 metri quadrati di terreno, in altre i valori sono da 12 a 50 volte inferiori.

Le contraddizioni tra grandi e piccoli allevamenti sono enormi: nel settore della carne bovina, appena il 15% dei produttori mondiali è responsabile per l’emissione di 1,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti e per lo sfruttamento di circa 950 milioni di ettari di terra.

La provocazione: è possibile un’agricoltura senza l’allevamento animale?

Gli spunti di riflessione non finiscono qui, né tanto meno le domande. Molte di esse pongono in diretta relazione l’allevamento e l’agricoltura. In particolare, nel forum “È possibile un’agricoltura senza l’allevamento degli animali?” mostriamo come queste due pratiche si siano sviluppate insieme, finché l’agricoltura industriale con l’introduzione dei concimi chimici, ha spezzato questo legame. Sarà così anche in futuro? È possibile un’agricoltura senza l’allevamento animale? E che caratteristiche dovrebbe avere?

A Terra Madre Salone del Gusto affronteremo queste riflessioni affiancando al programma dei 12 forum quello dei 26 Laboratori del Gusto e Scuole di cucina, studiati per affinare ulteriormente le nostre competenze e per completare il quadro attraverso degustazioni dedicate ai prodotti italiani e internazionali.

Slow Meat è consapevolezza: le alternative alle fabbriche di bestiame sono già realtà, sta alle buone idee e alle buone pratiche di chi renderle sempre più diffuse.

Terra Madre Salone del Gusto è resa possibile grazie al contributo delle tantissime aziende che hanno creduto in questo progetto e che insieme a noi si stanno impegnando per rendere l’edizione 2018 la più bella di sempre. Citiamo qui gli Official partner: GL events, Iren, Lavazza, Lurisia, Parmigiano Reggiano, Pastificio Di Martino, Quality Beer Academy.

Con il sostegno di Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Associazione delle fondazioni di origine bancaria del Piemonte.

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