A Terra Madre Salone del Gusto nasce l’Università Diffusa

Carlo Petrini chiude la due giorni animata da 550 docenti ed esperti: «Gli intellettuali della terra sono qui»

Un’idea rivoluzionaria per il mondo della formazione è nata e si chiama Università Diffusa: processi virtuosi che partono dal basso per mettere in connessione il sistema delle conoscenze tradizionali delle comunità indigene e delle sapienze rurali delle periferie globali con il mondo dell’accademia.

I saperi contadini ed empirici del cibo per la prima volta diventeranno lo scheletro filosofico di una proposta didattica che, attraverso corsi e seminari di durata diversa – dove non insegneranno solo docenti istituzionali, ma anche produttori, attivisti ed esperti del cibo –  partirà nel 2019.

Lo hanno affermato sabato 22 settembre, nella sessione plenaria di conclusione dei lavori dell’Università Diffusa, il coordinatore scientifico Nicola Perullo e Carlo Petrini, presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e di Slow Food.

Aprendo i lavori conclusivi, Nicola Perullo ha sintetizzato i report emersi dalla due giorni di lavori, relativi a cinque gruppi tematici: 

1) Il sapere non accademico: come riconoscerlo, valorizzarlo, validarlo

2) L’università diffusa come rete aperta e in evoluzione

3) L’esperienza del viaggio: uno dei pilastri più importanti dell’università diffusa

4) Il mondo del lavoro, dell’impresa e l’accademia: come costruire relazioni sinergiche

5) Il Food Activism: come la società civile può condividere il cammino con l’accademia

«Emerge da questi lavori una ricchezza di punti di vista e prospettive differenti. Una delle basi della conoscenza inclusiva, partecipata e democratica è il dialogo, che non necessariamente porta al consenso e all’unità. Al contrario, c’è una continua tensione di punti di vista che non devono trovare una sola uscita: si possono mantenere istanze plurali. Il nostro primo passo sarà la costruzione di un sito dedicato all’Università Diffusa per una condivisione dei contenuti e dei contatti di chi vi ha partecipato. A partire dal 2019 dovranno prendere forma progetti e scambi reali attraverso il network».

Alcuni partecipanti ai seminari svoltisi nei due giorni hanno poi presentato i risultati dei brain storming che hanno visto confrontarsi docenti universitari, attivisti, comunicatori, produttori e ricercatori indipendenti.

La prima sintesi, curata da Ian Shoo, studente kenyota dell’Università di Scienze Gastronomiche, ha riguardato il riconoscimento del sapere non accademico e la sua valorizzazione, tenendo conto del rischio di sfruttamento delle conoscenze tradizionali senza adeguata comprensione.

Il concetto di rete è stato analizzato da Michele Fontefrancesco, ricercatore dell’Università di Scienze Gastronomiche, che ha sottolineato come sia emersa l’importanza di fare rete tra accademia, istituzioni, società civile e mercato.

Gli spunti arrivati dal gruppo che ha lavorato al tema del viaggio sono stati riassunti da Pietro Pagella, coordinatore dell’Ufficio Viaggi Didattici dell’UNISG: il viaggio – individuale o collettivo – deve dare voce alla comunità che si visita e incontra, includendo sia i lati positivi che quelli negativi dell’esperienza gastronomica. È importante in questo senso che il docente che guida i viaggi sia un coach e un facilitatore.

Luisa Torri, professoressa di Scienze Sensoriali e direttrice della Ricerca UNISG, con Tonni Bocana Ocana, torrefattore di caffè dell’Uganda, hanno riportato gli esiti del confronto emerso nel gruppo dedicato alle relazioni tra il mondo dell’accademia e quello dell’impresa.

In primo luogo, in questo ambito occorre costruire relazioni sinergiche, quindi valutare le necessità dell’impresa tenendo conto parallelamente dei bisogni dell’accademia, costruire un rapporto di fiducia e infine considerare le migliori pratiche per ogni territorio ed economia locale.

Gli argomenti trattati nel gruppo che si è concentrato sul Food activism sono stati esposti da Cinzia Scaffidi, coordinatrice del programma dei cinque workshop, da Alice Tondella, studentessa dell’Università di Scienze Gastronomiche e Eva Breitbach, già studentessa e collaboratrice dell’ufficio Viaggi Didattici UNISG.

L’attivismo nel campo del cibo si concentra, attraverso la collaborazione tra società civile e accademia, su tre filoni: politico, sociale, educativo. Nella due giorni sono emerse testimonianze di buone pratiche, in diverse regioni dei pianeta, dal Marocco al Libano all’Indonesia, relative ad attività volte a incentivare l’istruzione, l’informazione e la consapevolezza in campo alimentare.

Carlo Petrini ha quindi concluso il pomeriggio dichiarando: «Siamo all’inizio dell’opera, non alla fine. Ora inizia un percorso fatto di dialogo, ascolto e condivisione e di superamento dei compartimenti stagni a cui questa società ci ha abituati. La scommessa dell’università diffusa ha una dimensione rivoluzionaria proprio per questo suo approccio empatico, di apertura, di saper ricevere dagli altri.

Terra Madre ha dato dignità, consapevolezza e autodeterminazione a produttori da tutti il mondo. Oggi

siamo all’inizio di una nuova avventura: vi auguro che quello che avete messo in discussione qui entri da domani nelle vostre esperienze individuali e collettive. Gli intellettuali della terra ci sono già: dobbiamo avere la capacità di fare in modo che diventino protagonisti e che possano condividere le loro conoscenze».

A margine dell’evento alcuni partecipanti hanno così descritto la loro esperienza torinese.

Baiba Pruse, ricercatrice Institute of Environmental Solutions in Lettonia: «Ho partecipato ai gruppi sul rapporto tra accademia e impresa e sul sapere non accademico: trovo che l’Università Diffusa sia un’idea brillante e che stia già prendendo corpo. Ovviamente ci sono lati positivi e negativi: può essere una soluzione, ma non è l’unica soluzione. Mi auguro che l’Università Diffusa guardi in modo critico e non solo attraverso occhiali rosa, quello che accade nel mondo del cibo».

Gisella Cruz Garcia, referente del programma Sowing Diversity = Harvesting Security presso Oxfam Novib all’Aia, nei Paesi Bassi: «Anche io ho preso parte al gruppo dedicato all’accademia e impresa e mi è piaciuto molto poter interagire con persone provenienti da diversi Paesi, contesti culturali, formazione e discipline scientifiche, oltre che da esperienze professionali diverse. Erano tutti molto motivati e uniti da stessi obiettivi. Penso che l’Università Diffusa possa trarre beneficio nell’allargarsi verso il mondo delle Ong, organizzazioni locali di produttori e reti di popoli indigeni».

Shujaul Mulk Khan, professore nel dipartimento di Plant Sciences all’Università Quaid-i-Azam di Islamabad e Arshad Mehmood Abbasi, professore al COMSATS Institute of Information Technology di Abbottabad, dal Pakistan: «Abbiamo molto apprezzato il programma dei lavori previsti in questi due giorni: ci è piaciuto il coinvolgimento degli studenti in questo progetto, crediamo sia un passo molto importante. Inoltre prendere esperienze da diversi Paesi e metterle insieme è uno straordinario strumento di scambio di conoscenze, un passo in avanti nel mondo della ricerca e del sapere».

Tags:

Official Partner

Con il sostegno di

Con il contributo di