Un paese ci vuole. La lotta allo spopolamento dei borghi dalla Cina all’Italia

Carlo Petrini a Terra Madre Salone del Gusto:
«In Cina i primi mille Slow Villages entro il 2025»

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via” scriveva Cesare Pavese ne La luna e i falò. Perché “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Due giorni dopo la cerimonia di inaugurazione, a Terra Madre Salone del Gusto si torna a parlare di lotta allo spopolamento dei borghi, di difesa delle identità agricole, di urbanizzazione crescente affiancata da un altrettanto crescente riscoperta di altri stili di vita, sia a livello turistico che come scelta lavorativa.

Aprendo la XII edizione della manifestazione, Carlo Petrini aveva affermato che la tutela di borghi e aree interne è parte integrante della battaglia per la difesa del patrimonio enogastronomico. Oggi il messaggio è ribadito con ancora più forza. Secondo il fondatore dell’associazione della Chiocciola, infatti, «questa è la nuova frontiera su cui il movimento Slow Food deve intervenire a livello mondiale».

«Se vi diranno che è una battaglia nostalgica e archeologica, non ascoltate: questa è la vera modernità. I borghi sono presìdi di vita quotidiana che possono generare non solo economia ma una diversa filosofia di vita» continua Petrini, evidenziando il fenomeno della perdita delle piccole realtà, dei villaggi e dei luoghi della produzione agricola abbia carattere globale.
In Italia, in particolare, lo spopolamento dei borghi storici è il frutto di un depauperamento progressivo della socialità: «Quando le chiese non hanno più un parroco, quando le botteghe e le osterie chiudono i battenti, vengono meno gli elementi di coesione sociale. A quel punto i borghi diventano tuttalpiù dormitori per chi durante il giorno va a lavorare in città».

È possibile però pensare a nuovi luoghi di incontro, sostiene il presidente di Slow Food rilanciando un’idea già avanzata nel discorso di apertura dell’evento: «Si tratta di aiutare i giovani a mettere in piedi botteghe multifunzionali anche nei luoghi più isolati, che possano servire da negozio di alimentari e da parafarmacia, da punto internet, da centro di informazioni per i turisti e di ritrovo per gli abitanti».

Anche nell’epoca delle reti virtuali, infatti, occorre preservare i luoghi della socialità e dell’empatia fisica, a beneficio sia della qualità della vita che dell’accoglienza turistica, perché «il turismo funziona solo in luoghi abitati da gente felice».

Dal “mondo dei vinti” ai montanari per scelta

Secondo i dati dell’Istat, nel nostro Paese sono 5543 i comuni sotto i 5mila abitanti, dove vivono circa 10 milioni di persone. Nonostante il rischio di spopolamento interessi ancora il 23% del territorio nazionale, negli ultimi anni si scorgono i segni di un cambiamento in atto.
«Vediamo un passaggio di testimone dal “mondo dei vinti” descritto da Nuto Revelli a una nuova cultura di montanari per scelta» afferma Maurizio Dematteis dell’associazione Dislivelli, tratteggiando l’identikit di questo nuovo tipo di montanaro: persone relativamente giovani, che spesso scelgono di ritornare dopo aver accumulato esperienze di studio e lavoro in contesti urbani o all’estero.
Non parliamo ancora di grandi numeri, ma è il segnale di una svolta culturale di cui tenere conto: «In montagna il fenomeno è visibile – continua Dematteis – Dislivelli ha condotto una ricerca su tutto l’arco alpino italiano, registrando un’inversione di tendenza nello spopolamento. In media, i borghi alpini aumentavano di circa 212mila residente tra il 2001 e il 2011 in 1742 comuni con 4,3 milioni di abitanti».
Il 2017, proclamato ”anno dei borghi” dal Mibact, si è concluso con l’approvazione dell’attesa legge salva borghi, un primo passo verso l’avvio di una politica strutturale contro lo spopolamento che è anche la premessa indispensabile per migliorare l’offerta turistica dell’Italia interna.

Secondo l’Unwto (Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite) la crescita impetuosa dei flussi turistici globali è destinata a proseguire nel prossimo futuro: da 1 miliardo e 300 milioni di viaggiatori registrati lo scorso anno si prevede un’ulteriore incremento di 500 milioni di turisti entro il 2030.
«Se questo è vero l’Italia ha un’enorme fortuna, perché tutto l’asse appenninico è rimasto finora fuori dalle rotte internazionali. Questo è l’elemento di scoperta che possiamo mettere in campo» sottolinea il dirigente per le Politiche del turismo della direzione generale Turismo al ministero dei Beni culturali, Francesco Tapinassi.
Bisogna però guardarsi da un rischio, quello di credere che la “monocoltura del turismo” sia la risposta all’abbandono delle economie locali: «Spesso si pensa di salvare un paese trasformando ogni attività in un ristorante, una pizzeria o un negozio di souvenir. Ma questo non succede, come dimostrano gli studi. Al contrario, si finisce per distruggere quel genius loci che è il valore aggiunto del turismo esperienziale».

Le esperienze internazionali: gli “slow villages” in Cina e il modello Carinzia

Uno dei progetti più impressionanti di lotta allo spopolamento delle campagne viene proprio da un Paese che negli ultimi decenni è stato interessato da un’enorme tendenza all’urbanizzazione: la Cina.
Qui il movimento locale di Slow Food avviato la rete degli Slow Villages: entro il 2025 dovrebbero essere realizzati i primi mille “villaggi slow”, sotto l’egida del professor Wen Tie-Jun. Conosciuto come fondatore del Movimento di Ricostruzione Rurale, Wen ha ispirato una politica di rigenerazione rurale che interessa un numero crescente di cinesi.
Nel 2015 ben 2,4 milioni di giovani laureati hanno aderito a programmi di deurbanizzazione che interessano anche emigranti di ritorno, pensionati e agricoltori urbani. Il governo cinese promuove con convinzione queste politiche, tanto che dal 2005 sono stati investiti più di 2mila miliardi di dollari nell’agricoltura.
Secondo Wen questo è l’indice di un più generale cambiamento di prospettiva: «La strategia del XXI secolo della Cina punta a passare dall’industrializzazione all’”ecocivilizzazione”. Oggi più del 50% del budget statale interessa le campagne, dove vivono 700 milioni di persone sparse in 3 milioni di centri minori, e gli investimenti pro capite sono molto maggiori rispetto a quelli destinati alla popolazione urbana».Più vicino a noi, un modello di successo nella promozione delle economie rurali è incarnato dalla regione austriaca della Carinzia. Il land è meta di circa 3 milioni di turisti l’anno, con 30 milioni di pernottamenti.
Due anni fa, sotto la supervisione del direttore dell’ente turismo della Carinzia Christian Kresse, la collaborazione con Slow Food ha portato all’avvio del progetto pilota “Slow Food Travel Alpe Adria” nelle valli Gailtal e Lesachtal,che hanno ottenuto il riconoscimento Slow Food Travel Destination.
La prossima settimana partirà un nuovo progetto, che ha l’obiettivo di riunire i produttori degli “slow food villages” carinziani coinvolgendo le popolazioni locali, dagli asili infantili alle case di riposo.
Slow Food Italia porta avanti intanto il progetto degli Stati generali delle comunità dell’Appennino. A nome del nuovo comitato esecutivodi Slow Food Italia, Silvia de Paulis conferma la volontà di rilanciarne le attività: «L’Appennino fornisce aria, acqua e fertilità alle città e alle coste, ed è ora che le città si occupino della sua manutenzione. Una maggiore cura delle nostre montagne significa anche una maggiore rivalutazione per i nostri borghi, che sono la nostra Italia più bella».

 

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